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Questa piccola antologia di opere fotografiche documenta non solo e non tanto l’abilità dei singoli autori, già riconosciuta a lungo raggio, quanto la preziosa ambiguità delle immagini che, concepite in altri contesti ideologici e realizzate con altre intenzioni comunicative, si prestano oggi a profonde riflessioni metatestuali nell’ambito di un progetto espositivo dal profondo impatto culturale.
L’ambiguità e l’imprevedibilità del messaggio fotografico, che nel tempo si carica di nuovi significati, sono del resto ben note agli studiosi della fotografia, ed evidenti nelle cinque immagini qui antologizzate.
Le fotografie di Giuliano Borghesan e Fulvio Roiter furono prodotte negli anni Cinquanta (le loro firme appaiono in calce al Manifesto del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia di Spilimbergo, datato 1° dicembre 1955), quando sull’Italia passavano le ultime folate del neorealismo (“il vento del Nord”, secondo l’immagine di Vittorio Marangone), che coinvolse, marginalmente, lo stesso Ciol: in origine furono concepite come “documentazione poetica dell’umanità” che viveva intorno al Gruppo nel Friuli cristiano e contadino del primo dopoguerra, mentre oggi rimangono come documentazione storica di un mondo lontano e quasi sconosciuto, che per molti aspetti (razionale sfruttamento delle risorse, frugalità, attivazione di circuiti ecologici…) ci appare come un giardino perduto.
Aprendo l’obiettivo sulla foresta pietrificata del Marocco, Giuliano Borghesan ritrae un Eden creato e perduto dalla stessa natura, che ha trasformato in immobili sculture meravigliose forme vegetali. Fulvio Roiter, al contrario, sfrutta il razionale geometrismo di un “impianto” agrario per farci indovinare le meravigliose forme vegetali che saranno prodotte dall’azione combinata di due fattori fondamentali: l’uomo e il suo habitat, splendidamente documentati anche da Elio Ciol nell’incantata immagine invernale del villaggio friulano, raccolto al margine del suo giardino della sopravvivenza, popolato di viti, gelsi e biche di granturcale, in attesa del sole e della pioggia che renderanno fecondi i solchi ovattati dalla neve.
Altro è il clima che si respira nell’estroversione paesaggistica di Franco Fontana che, con la sua inconfondibile cifra stilistica, propone la “serenistica” visione di un mondo pronto per accogliere un giardino, e nell’introversione onirica di Gianni Cesare Borghesan, che accosta la rosa, il fiore per antonomasia, assunta a simbolo del giardino (all’europea), all’infinita carezza (anche visiva) del seno femminile, simbolo dell’amore e della vita. Queste due immagini a colori, freddi in Fontana, caldi in Borghesan, possono essere lette anche come proposte per un ritorno al giardino globale, quello della Bibbia prima del peccato originale.
Le tre immagini in bianco e nero, poeticamente aderenti alla realtà dei loro tempi, ci tengono, per così dire, con i piedi per terra; le due immagini a colori ci fanno volare alti nel cielo del mito. La storia geologica del nostro pianeta dimostra, infatti, che il Giardino terrestre non è mai esistito, ma la storia dell’umanità documenta la costante creazione di luoghi privilegiati, come i giardini pensili di Babilonia o le aiuole che spesso riempiono i perimetri claustrali, per non parlare degli ostentati paradisi delle regge politiche e religiose, a dimostrazione del fatto che il giardino risponde a un’esigenza di cultura e civiltà.
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